Si è svolto a ROMA il
4° CONVEGNO NAZIONALE
del consulente tecnico e del perito.

Importanza del Consulente Tecnico e del Perito nel processo civile e penale.
Le prospettive Europee e la ricaduta sull'economia reale.


venerdì 15 maggio 2009

orario 9,30 - 13,00   /   15,00 - 18,00

Aula OCCORSIO - Tribunale di Roma
Piazzale Clodio




    Iniziamo la pubblicazione con le relazioni che sono state consegnate preventivamente dai relatori che all'ultimo momento, per urgenti ragione di lavoro, non sono potuti intervenire.

Dott. Enrico Gallucci
(Magistrato penale)


La giurisprudenza della Cassazione in tema di perizia penale.

(La presente relazione riprende - aggiornandola - la Lezione tenuta nell'ambito del Corso di perfezionamento in Teoria, tecnica e deontologia della consulenza tecnica giudiziaria presso l'Università degli Studi di Camerino, sede di Ascoli, il 4 maggio 2001, organizzato dal Collegio Periti Italiani. Il testo della Lezione è stato pubblicato su Giurisprudenza di merito, 2002 (1), 225.

Sommario: 1. Premessa: la perizia nel procedimento penale. 2. L'oggetto della relazione e la nozione di "attività peritali". 3. Le comunicazioni relative alle attività peritali. 4. Le operazioni peritali e gli atti utilizzabili dal perito. 5. Segue: la documentazione delle operazioni e il dovere di veridicità. 6. Gli ausiliari del perito. 7. L'escussione del perito e l'acquisizione dibattimentale della relazione peritale.

1. Premessa:
    la perizia nel procedimento penale. La perizia rappresenta un mezzo di prova penale e il suo scopo, come nel processo civile, è quello di fornire al giudice il contributo di conoscenze specialistiche per la risoluzione delle questioni, non altrimenti superabili, sorte nel procedimento.
    Dispone, infatti, il primo comma dell'articolo 220 del codice di procedura penale, che la perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini od acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche od artistiche.
La perizia può svolgersi in dibattimento (art. 508 c.p.p.), in sede di incidente probatorio (artt. 392 e ssgg. c.p.p.), fase anticipata dibattimentale celebrata nell'ambito delle indagini dinanzi al giudice per le indagini preliminari, o anche nell'udienza preliminare (a seguito dell'intervento della Corte cost.: sent. n. 77 del 10 marzo 1994) , nonchè nel procedimento di esecuzione e di sorveglianza (artt, 666, comma 5, e 678 c.p.p.).
    Una particolare forma di perizia è quella relativa alla capacità dell'imputato, il cui scopo è di accertare se questi, per infermità mentale (non limitatamente ai casi in cui la stessa sia sopravvenuta al fatto: Corte cost., sent. n. 340 del 20 luglio 1992) è in condizione di partecipare coscientemente al processo (art. 70 e segg. c.p.p.).
    A norma dell'art. 220, comma 2, c.p.p., salvo quanto previsto ai fini dell'esecuzione della pena o della misura di sicurezza, non è ammessa perizia per stabilire l'abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell'imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche.
    Tale divieto, peraltro, non si estende anche alla persona offesa-teste , la cui deposizione, proprio perchè essa può essere assunta da sola come fonte di prova, deve essere sottoposta ad una rigorosa indagine positiva sulla credibilità accompagnata da un controllo sulla credibilità soggettiva ai fini di verificare nel soggetto la capacità di testimoniare (art. 196 c.p.p.).
    Pertanto, pur non potendosi demandare ad un perito la verifica dell'attendibilità del testimone, il giudice può ritenere utile un apporto di specifiche competenze tecnico-scientifiche. Spetta comunque al giudicante l'ultima parola, attraverso il vaglio critico delle nozioni acquisite alle quali, peraltro, non è connessa alcuna deterministica valenza ai fini decisionali.
    La perizia, quale che sia la sede nella quale venga disposta, si struttura in un procedimento articolato in differenti fasi, che possono così schematizzarsi:

            - nomina del perito da parte del giudice;
            - conferimento dell'incarico peritale;
            - attività peritale;
            - relazione del perito.

    Il codice prevede che nell'albo dei periti, che deve essere costituito presso ogni tribunale, siano iscritte in ogni caso le categorie degli esperti in medicina legale, psichiatria, contabilità, ingegneria, infortunistica del traffico e della circolazione stradale, balistica, chimica, analisi e comparazione della grafia (art. 67 disp.att. c.p.p.). Sono, ovviamente, a mmesse perizie anche in campi diversi da quelli ora indicati; ove i relativi esperti non siano presenti nell'albo del tribunale, il giudice potrà individuarli in albi di altri uffici giudiziari o anche al di fuori degli albi, in quest'ultimo caso avendo però l'onere di motivare la scelta.
    In relazione alla perizia fonica, si è precisato che il giudice, nel valutarne i risultati, ha l'obbligo di verificare la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati dal perito, allorchè essi si presintino come "nuovi e sperimentali" e, come tali, non ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica.
    La perizia nummaria è invece regolata dall'art. 74 disp.att. c.p.p., che prevede che nei procedimenti per falsificazione di biglietti di banca o monete metalliche è nominato perito un tecnico della Banca d'Italia o della Direzione generale del Tesoro, esperti ritenuti ex lege maggiormente qualificati nella materia in questione.

2.
    L'oggetto della relazione e la nozione di "attività peritali". La presente relazione è incentrata sulla attività del perito, con particolare riguardo all'àmbito dei poteri attribuiti, nell'esecuzione delle operazioni peritali, dall'ordinamento al predetto, e agli oneri lui incombenti nello svolgimento dell'incarico, nonchè alle modalità di acquisizione della relazione peritale scritta. Nell'esposizione si farà riferimento alle pronunce della Corte di Cassazione intervenute sui punti citati.
    Preliminarmente, deve essere evidenziato che il potere di disporre una perizia compete unicamente al giudice che procede. Pubblico ministero e parti private potranno sollecitare l'organo giudicante al fine di disporre una perizia; tuttavia, l'espletamento della stessa rientra nel potere discrezionale del giudice, il quale deve valutarne la necessità alla luce degli elementi di cui dispone.
    Peraltro, è stato precisato che - sulla base di quanto prevede l'art. 220 c.p.p., secondo cui, se per giungere a determinate certezze nel processo occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competente tecniche, scientifiche o artistiche - il giudice è tenuto, in determinate situazioni a disporre perizia (su richiesta di parte o, in mancanza, d'ufficio). Infatti, il principio in base al quale il giudice è, anche nel processo penale, peritus peritorum va inteso nel senso che egli può sicuramente giungere a conclusioni di certezza sulla base di altre prove che rendano superflua la perizia e ritenere, quindi, che questa non occorra, ma, in caso contrario, deve disporre la perizia senza che gli sia consentito avvalersi direttamente di proprie personali specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche. Alle parti, infatti, deve essere garantito il diritto di intervenire a mezzo di consulente tecnico nel processo di acquisizione di quella particolare certezza e, comunque, il diritto di esaminare e contrastare, prima della decisione, la prova a suo carico, fermo rimanendo il potere del giudice, una volta garantito il contraddittorio tecnico, di valutare in sentenza i risultati della perizia.
    Comunque resta fermo il principio che la perizia non può considerarsi mezzo di prova "necessario". In particolare, si è ritenuto che è possibile evitare di disporre perizia sulla natura della sostanza - asseritamene stupefacente - sequestrata in tutti i casi in cui tale natura possa essere affermata sulla base di altri elementi (quali le dichiarazioni rese dai testimoni o dall'imputato e le risultanze degli accertamenti di polizia) che integrino indizi gravi, specifici e concordanti, nonché alla luce dei pareri resi dai consulenti tecnici di parte che hanno esaminato il corpo di reato.
    In virtù dei principi della libertà della prova e del libero convincimento del giudice, non è necessario procedere a perizia grafica se la prova circa l'originalità o la falsità di un documento può essere desunta da elementi diversi da tale mezzo di prova, allorché l'esame diretto della firma, raffrontata con altre sottoscrizioni certe, convincano motivamente il giudicante che si tratta di documento attribuibile, con certezza, all'imputato.
    Sotto altro profilo, è stato chiarito che la BPA (Blood Pattern Analysis) è tecnica di indagine riconducibile al genus della perizia.
    Le parti possono nominare propri consulenti tecnici, sia nel caso in cui il giudice abbia disposto perizia (art. 225 c.p.p.), sia quando non è stata disposta perizia (art. 233). Sussistendo i presupposti previsti nella legge sul patrocinio statale dei non abbienti (l. 8 luglio 1980, n. 319), le parti private hanno diritto di farsi assistere da un consulente tecnico a spese dello Stato. Tale possibilità è stata estesa anche all'ipotesi in cui non sia disposta perizia.
    Per quanto poi concerne lo svolgimento della perizia, il codice prevede, come modalità privilegiata di espletamento della stessa, che il perito, concluse le formalità di conferimento dell'incarico, proceda subito ai necessari accertamenti e risponda ai quesiti con parere raccolto a verbale (art. 227, comma 1, c.p.p.).
    Tale modalità, preferita per la contestualità dello svolgimento dell'attività peritale in contraddittorio nel pubblico dibattimento, non può tuttavia trovare applicazione in tutti i casi - da ritenersi, in realtà, la maggioranza - in cui, non essendo possibile una immediata risposta per la complessità dei quesiti, il perito chieda, ed il giudice accordi, un termine (art. 227, commi 2 e 3 c.p.p.).
    Pertanto, la fase delle attività peritali consiste, nei casi in cui venga concesso al perito un termine, in quella serie di operazioni che il perito effettua, al fine di poter assolvere all'incarico conferito, dall'inizio delle operazioni stesse sino alla redazione, qualora ciò risulti indispensabile, di una relazione scritta, la cui presentazione deve essere autorizzata dal giudice (art. 227 comma 5 c.p.p.).

3.
    Le comunicazioni relative alle attività peritali. Prodromica al regolare svolgimento delle operazioni peritali è la comunicazione che il perito deve dare, e che viene raccolta nel verbale d'udienza, del giorno, dell'ora e del luogo d'inizio delle operazioni stesse (art. 229, comma 1, c.p.p.).
    Detta comunicazione ha lo scopo di consentire la partecipazione delle parti, e dei consulenti tecnici, eventualmente nominati (art. 225 c.p.p.), a tali operazioni.
    Il difensore deve esser avvisato del luogo e dell'inizio delle operazioni anche nel caso in cui la parte non abbia nominato un proprio consulente tecnico . In senso parzialmente difforme è stato ritenuto che il difensore ha diritto, a pena di nullità, di assistere alle operazioni peritali e quindi deve essere avvertito del loro inizio, ma ciò solo nel caso in cui abbia in precedenza formulato espressa richiesta di potervi intervenire.
    L'indicazione del termine, dato in udienza, ovvero comunicato a tutte le parti con separato avviso, deve ritenersi sanzionata a pena di nullità, e pertanto la sua omissione cagiona nullità dell'intera perizia, in quanto incidente sul diritto di difesa.
Ancora, nel caso in cui intervenga una variazione rispetto alla data, luogo ed ora indicati, il perito è tenuto, pena la nullità di tutte le operazioni, e quindi della perizia, a comunicare detta variazione anche al difensore, senza che in contrario possa invocarsi il disposto di cui al secondo comma dell'articolo 229, il quale, nel prevedere la semplice comunicazione, senza formalità, alle parti presenti, si riferisce esclusivamente alla eventuale continuazione delle operazioni già iniziate.
    Peraltro, non vi è obbligo di comunicazione dell'inizio o della prosecuzione delle operazioni anche al consulente di parte, di talchè eseguita tale comunicazione al difensore, comunicazione che soddisfa le esigenze di tutela dell'assistenza dell'imputato, quale prevista dall'articolo 178 lett. c) c.p.p., l'omesso avviso al consulente non comporta alcuna nullità . L'avviso al difensore è dunque sufficiente ad assicurare la partecipazione del relativo consulente tecnico di parte, nei cui confronti, dunque, non è necessaria, una autonoma comunicazione.
    In ogni caso, dichiarata la nullità della perizia per omesso avviso alle parti dell'inizio delle operazioni, il giudice può legittimamente rinnovare la nomina dello stesso perito, specie nel caso in cui non risulti possibile trovare altri periti per la medesima indagine.
    Quanto sinora detto riguarda l'inizio delle operazioni peritali. Per la loro eventuale prosecuzione, la legge impone al perito soltanto di darne comunicazione, senza formalità, alle parti presenti.

4.
    Le operazioni peritali e gli atti utlizzabili dal perito. Nel luogo e nella data ed ora indicati, il perito svolge quindi le operazioni peritali, che possono concludersi in un unico atto, ovvero, come detto, necessitare di una prosecuzione.
    Qualora insorgano questioni nel corso dello svolgimento, le stesse sono devolute al giudice e dallo stesso decise, senza che ciò comporti sospensione delle operazioni, (art. 228, ultimo comma, c.p.p.); il giudice, inoltre, adotta tutti i provvedimenti necessari per l'esecuzione delle operazioni peritali (art. 224, secondo comma)
.     Peraltro, la Corte costituzionale, riconosciuta nella disciplina processuale che consentiva al giudice l'adozione di ogni provvedimento funzionale all'espletamento della perizia, ivi compresi quelli incidenti sulla libertà personale, la violazione del principio costituzionale in base al quale non sono consentite restrizioni della libertà personale se non con provvedimento del giudice, nei soli casi e modi previsti dalla legge (art. 13, comma 2, Cost.), ha dichiarato incostituzionale l'art. 224, comma 2, c.p.p., nella parte in cui consentiva al giudice, ai fini dell'espletamento di una perizia, di disporre misure aventi incidenza sulla libertà personale dell'indagato, dell'imputato o di terzi senza prevedere quali siano quelle esperibili e senza elencare i casi e i modi in cui siano adottabili.
    Pertanto, fino a quando il legislatore non sarà intervenuto ad individuare i tipi di misure restrittive della libertà personale che possono dal giudice essere disposte allo scopo di consentire (anche contro la volontà della persona assoggettata ad esame) l'espletamento della perizia ritenuta necessaria ai fini processuali, nonchè a precisare i casi e i modi in cui le stesse possono essere adottate, nessun provvedimento di tal genere potrà essere disposto.
    Al momento di scrivere queste note è in corso di avanzato esame in Parlamento un disegno di legge volto, appunto, a prevedere finalmente le misure che il giudice può adottare per la proficua esecuzione delle perizie che esigono accertamenti che, per loro natura, comportano limitazioni della libertà personale o una qualche invasione della sfera corporale della persona . Peraltro, si è ritenuto che la limitazione derivante dalla sentenza della Corte costituzionale e correlata con la tutela della libertà personale non può aver riguardo all'impiego di materiali che, in precedenza legittimamente prelevati, non fanno più parte fisicamente della persona e non richiedono dunque alcun intervento manipolatorio su di essa, o comunque limitativo della sfera di libertà del soggetto.
    Il codice processuale prevede che il perito proceda a tutte le operazioni necessarie per rispondere ai quesiti (art. 228, comma 1, c.p.p.).
    Sotto il vigore del precedente codice di procedura, la S.C. ritenne che legittimamente il perito, avendo lo specifico compito di far conoscere al giudice ciò che ritiene costituire la verità e, a tal fine, relazionare su quanto percepito storicamente nello svolgimento dell'incarico, potesse, in sede di perizia, riferire il contenuto di spontanee dichiarazioni sui fatti rese dall'imputato.
    Nel vigente rito processuale, è espressamente previsto (art. 228, comma 3) che il perito può richiedere notizie all'imputato, alla persona offesa, o ad altre persone; tuttavia, gli elementi in tal modo acquisiti possono essere utilizzati solo ai fini dell'accertamento peritale.
    Tali dichiarazioni, per la cui mancata verbalizzazione da parte del perito non sussiste nullità alcuna , non possono valere quale prova dei fatti riferiti al perito. Tale limitazione, però, opera per il giudizio ordinario , mentre nel rito abbreviato - caratterizzato dal consento dell'imputato a essere giudicato sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero (ivi compresi i verbali della perizia svolta prima del dibattimento) - tali dichiarazioni sono pienamente utilizzabili a fini probatori.
    Inoltre, il perito può essere autorizzato dal giudice ad assistere all'esame delle parti e all'assunzione delle prove (art. 228, comma 2).
    Per quanto riguarda la possibilità per il perito di visionare gli atti del procedimento, vigente il precedente codice di procedura penale, la giurisprudenza aveva ritenuto che l'affidamento al perito dell'intero incarto processuale non violasse alcuna norma, nè costituisse pregiudizio del diritto di difesa.
    Il principio appare valido anche nel nuovo rito, con la ulteriore precisazione che la mancanza verbalizzazione della consegna al perito della documentazione processuale in originale, così come la mancata allegazione di tale documentazione, alla relazione peritale non configurano cause di nullità della perizia.
    Ora, ai sensi dell'art. 228, comma 1, c.p.p., il perito può essere autorizzato dal giudice a prendere visione degli atti, dei documenti e delle cose prodotti dalle parti dei quali la legge prevede l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento.
    A norma dell'art. 431 c.p.p., nel fascicolo per il dibattimento sono versati gli atti relativi alla procedibilità dell'azione penale (es. querela), e all'esercizio dell'azione civile, i verbali degli atti non ripetibili compiuti dalla polizia giudiziaria e dal pubblico ministero (ossia, secondo l'elaborazione giurisprudenziale, verbali di arresto, fermo, perquisizione e sequestro, rilievi fotografici, nonchè verbali di accertamenti eseguiti dalla polizia giudiziaria al fine di conservare le tracce del reato, verbali di riconoscimento e restituzione al proprietario di beni sottratti, ecc.), i verbali degli atti assunti nell'incidente probatorio, e di quelli assunti all'estero a seguito di rogatoria, i certificati penali e gli altri documenti relativi al giudizio della personalità dell'imputato e della persona offesa, quali le sentenze irrevocabili italiane, e straniere riconosciute, nonchè il corpo del reato e le cose pertinenti al reato. Secondo un orientamento giurisprudenziale - che tende ad ampliare i confini degli atti legittimamente utilizzabili per la perizia - stante la possibilità per il perito di chiedere notizie all'imputato, alla persona offesa e ad altre persone, restando, come detto, delimitata l'utilizzazione degli atti così acquisiti ai soli fini dell'accertamento peritale, deve ritenersi consentita al perito la visione di atti processuali nei quali dette notizie siano state già raccolte ad opera della polizia giudiziaria o del P.M. Né assume rilevo, sotto tale profilo, l'eventuale divieto di inserimento di detti atti nel fascicolo per il dibattimento, quando vi sia la certezza che il perito abbia fatto uso delle notizie così acquisite al solo s copo di un puntuale svolgimento dell'incarico peritale secondo i quesiti proposti.
    Sempre in relazione all'ambito applicativo della disposizione in oggetto, si è precisato che la norma consente al perito di visionare non solo gli atti effettivamente inseriti nel fascicolo dibattimentale, ma anche quelli per i quali non è esclusa in astratto la possibilità di tale inserimento, anche se questo potrà avvenire in realtà solo in un momento successivo al conferimento dell'incarico, rilevandosi altresì che l'irrituale allegazione di atti estranei al fascicolo per il dibattimento non comporta l'inutilizzabilità della perizia ma solo la necessità - su tempestiva eccezione della parte interessata - di una loro estromissione . Va comunque rilevato che, poiché le parti possono concordare l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento di atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero nonché della documentazione relativa all'attività di investigazione difensiva (artt. 431, 493, 555 c.p.p.), in caso di consenso anche tali atti potranno essere non solo visionati dal perito ma anche allegati alla relazione ed utilizzati per la decisione.
    Sempre con riferimento agli atti utilizzabili ai fini dello svolgimento delle operazioni peritali, è stato chiarito che, in sede di perizia grafica, non è indispensabile il documento originale che si suppone falsificato, potendo essa effettuarsi anche su copia fotostatica di tale documento , purchè ovviamente la stessa consenta di compiere con sufficiente attendibilità gli accertamenti necessari.
5.
    Segue: la documentazione delle operazioni e il dovere di veridicità. Le diverse operazioni peritali vanno, in caso di redazione di relazione scritta ex art. 227 c.p.p., riportate nella stessa.
    Si è sottolineato in dottrina che non è previsto -ma neppure normativamente escluso- che il perito possa documentare le attività compiute mediante verbale scritto (art. 134 s. c.p.p.) o con il mezzo della riproduzione fonografica.
    Il perito ha in ogni caso l'obbligo -penalmente sanzionato (art. 373 c.p.)- di affermare fatti conformi al vero: la norma penale sembra dunque incriminare l'esposizione da parte del perito di fatti (relativi alle operazioni peritali) non conformi al vero. Mentre, per le ipotesi di falsità ideologica del perito, che risponda ai quesiti formulati in modo dolosamente falso, è applicabile l'art. 479 c.p.

6.
    Gli ausiliari del perito. Il perito può ancora essere autorizzato dal giudice a servirsi di ausiliari di sua fiducia per lo svolgimento di attività materiali non implicanti apprezzamenti e valutazioni (articolo 228, comma 2).
    Tale norma, di grande importanza, attesa la frequenza con cui il perito ha necessità di servirsi di ausiliari, va raccordata con quanto disposto dal secondo comma dell'articolo 221 c.p.p., secondo il quale il giudice affida l'espletamento della perizia a più persone quando le indagini e le valutazioni risultano di notevole complessità, ovvero richiedono distinte conoscenze in differenti discipline.
    Pertanto, la possibilità per il perito di avvalersi, previa autorizzazione del giudice, di propri ausiliari, resta delimitata allo svolgimento di mere attività materiali, condotte sotto il controllo e la direzione del perito stesso.
    Al contrario, nel caso di necessità di autonomo apporto intellettuale dovrà procedersi a perizia, collegiale o distinta, affidata a più periti. A tale proposito, si è recentemente precisato che nel caso in cui per far fronte alla necessità di esaminare in breve tempo numerosi reperti vengano nominati più esperti aventi la stessa qualifica professionale e la stessa competenza si è in presenza di una "nomina congiunta", mentre l'incarico collegiale nasce dall'esigenza di disporre di periti aventi diverse competenze tutte necessarie per poter fornire al giudice risposte a quesiti che implicano conoscenze relative a molteplici e diversi settori tecnico scientifici.
    Secondo l'orientamento della S.C. - che si riallaccia alla giurisprudenza formatosi sotto il previgente codice - non essendo prevista alcuna sanzione processuale per l'omessa richiesta di tale autorizzazione, non sarebbe affetta da nullità la perizia nel caso in cui il perito non formuli tale richiesta, avvalendosi ugualmente di ausiliari, fermo restando il potere del giudice ai sensi dell'articolo 231, comma 1, di ravvisare in tale mancata richiesta un caso di negligente svolgimento dell'incarico, e, quindi, di sostituire il perito, condannandolo, se del caso, al pagamento di una somma a favore della cassa delle ammende.
    Peraltro, un altro indirizzo giurisprudenziale ritiene che l'utilizzo di ausiliari, in assenza di autorizzazione, da parte del perito integra una nullità, sia pur d'ordine relativo, non comportando comunque, di per sè, l'inutilizzabilità della prova rappresentata dalla perizia.
    Per quanto infine concerne l'ambito di attività a carattere materiale delegabili, va segnalato che, in materia di inquinamento delle acque, è stato deciso che l'utilizzo di un laboratorio specializzato per le analisi da parte del perito nominato dal giudice non comporta nullità della perizia, ove il perito sia stato autorizzato dal giudice, siano state osservate le garanzie della difesa ed il perito abbia fatto proprio il risultato delle analisi.
    Nella stessa linea, si è ritenuto che al perito è consentito affidare adempimenti materiali e analisi di laboratorio a terzi di sua fiducia, purchè ciò non si risolva in una sorta di incarico completamente affidato ai terzi stessi ovvero in una "delega" ad espletare la perizia e sempre che egli controlli, sottoponga a vaglio critico e faccia proprio il risultato degli esami ed attività eseguiti altrove.

7.
    L'escussione del perito e l'acquisizione dibattimentale della relazione peritale. Come già visto, il perito, una volta compiuti gli accertamenti necessari per potere rispondere ai quesiti posti, viene sentito in udienza nel contraddittorio delle parti Nel caso in cui poi il perito sia stato autorizzato dal giudice, in considerazione della complessità degli accertamenti richiesti, a presentare una relazione scritta, la stessa, per poter essere validamente utilizzata, deve essere acquisita agli atti del processo.
    L'articolo 501 c.p.p. prevede al comma 1 che per l'esame dei periti e dei consulenti tecnici si osservano le disposizioni sull'esame dei testimoni, in quanto applicabili: non è quindi possibile il controesame dei periti da parte dei consulenti tecnici di parte, né vi è un obbligo per il giudice di disporre un confronto tra di essi , confronto che peraltro può essere ordinato tutte le volte in cui il giudicante lo ritenga utile.
    Ai sensi del secondo comma dell'art. 501 c.p.p. il perito ed il consulente tecnico, nel corso del loro esame in dibattimento, hanno facoltà di consultare documenti, note scritte, e pubblicazioni, che possono essere acquisite, anche di ufficio.
A norma del terzo comma dell'articolo 511 c.p.p., che disciplina le letture consentite, la lettura della relazione peritale in dibattimento, che comporta la utilizzazione processuale della stessa, è disposta solo dopo l'esame del perito.
Pertanto, secondo le norme del codice, all'esito dell'esame del perito, condotto nel contraddittorio delle parti, avviene l'acquisizione materiale agli atti della perizia, della quale poi viene data lettura (ovvero la stessa viene indicata specificamente quale atto utilizzabile, ai sensi del comma 5 dell'articolo 511 c.p.p.). A questo punto, non solo le dichiarazioni rese dal perito nel corso dell'esame orale, ma anche l'elaborato scritto diventa prova utilizzabile per la deliberazione del giudice (articolo 526 c.p.p.).
    Un problema particolare si è posto con riferimento alle modalità di acquisizione della perizia formata in sede di incidente probatorio (la cui eventuale relazione scritta, come detto, è ab origine contenuta nel fascicolo per il dibattimento, a norma dell'articolo 431, lett. d, c.p.p.).
    Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale , la relazione di perizia espletata con incidente probatorio può essere letta in dibattimento solo dopo l'esame del perito, con la conseguenza che ove detto previo esame non avvenga, la perizia non sarebbe più recuperabile.
    Invero, l'articolo 511 del c.p.p., come già visto al comma terzo dispone che "la lettura della relazione peritale è disposta solo dopo l'esame del perito".
    Tuttavia, tale norma sembrerebbe riferita, piuttosto che alla perizia svolta nell'incidente probatorio - fase anticipata del dibattimento celebrata in contraddittorio di tutte le parti, all'esito della quale con l'esame del perito viene ad essere acquisita la relazione scritta - ai casi di perizia disposta in dibattimento, a norma dell'articolo 508 c.p.p., in quanto si vuole impedire che, svolte le operazioni peritali, si possa de plano acquisire la relazione, omettendosi l'esame orale, nel contraddittorio, del perito stesso.
    Peraltro, l'orientamento giurisprudenziale sopra riferito sembra contraddire il diverso principio, anch'esso recepito dal giudice di legittimità , secondo il quale la perizia effettuata in altro procedimento e della cui relazione venga data lettura in dibattimento può essere utilizzata anche se non sia stato sentito il perito.
    In un'altra pronuncia la S.C. ha mostrato, in relazione alle modalità di acquisizione della relazione peritale formata in sede di incidente probatorio, un diverso avviso. In specie, si è ritenuto non applicabile al caso in esame il disposto dell'articolo 511, terzo comma, c.p.p., in quanto di lettura di atti ha senso parlare solo per le attività svolte prima del giudizio, con riferimento a quelle formalità attraverso le quali gli atti medesimi proprio nel giudizio vengono immessi nel contraddittorio delle parti; pertanto è stato respinto l'assunto difensivo secondo cui sarebbe inutilizzabile la perizia raccolta in sede di incidente probatorio nel caso di preliminare mancato esame orale dei periti, giusta la disposizione dell'articolo 511, terzo comma, c.p.p.
    Naturalmente, anche se si ritiene non necessario il previo esame del perito per la legittima acquisizione della relazione scritta in caso di perizia svolta nell'incidente probatorio, nulla impedisce che detto esame venga nuovamente disposto in dibattimento, se richiesto dalle parti e ritenuto dal giudice necessario.
Altra interessante questione concerne la possibilità di acquisire in sede processuale penale la consulenza tecnica svolta in un giudizio civile.
    Il problema è stato risolto in senso affermativo, con riferimento ad una consulenza tecnica di ufficio espletata in un processo civile non ancora definito. Ciò in base alla considerazione della natura di documento propria di tale consulenza, formata fuori dal processo penale e rappresentativa di situazioni e cose, in quanto tale acquisibile (non come verbale di prova assunta in giudizio civile, per la cui acquisizione in dibattimento penale sarebbe necessario che la relativa sentenza sia passata in giudicato a norma dell'art. 238, comma 2, c.p.p., e che questa faccia stato nei confronti dell'imputato, a seguito delle modifiche apportate dalla l. n. 63 del 2001 di attuazione del giusto processo, ma) ai sensi dell'articolo 234 c.p.p., che consente l'acquisizione di documenti scritti.
    In ordine ai rapporti tra esame dei consulenti tecnici di parte e necessità di disporre perizia, deve essere segnalato l'orientamento secondo il quale, riconoscendo l'articolo 501, comma 1, c.p.p. ai C.T. -di cui le parti abbiano chiesto l'ammissione, ed il giudice l'abbia accolta- sostanziale qualità di testimone, non può negarsi al giudicante la possibilità di desumere elementi di prova e giudizio dalle loro dichiarazioni e dai loro chiarimenti. Non sussiste pertanto obbligo di disporre perizia di ufficio, qualora il medesimo giudice, con adeguata e logica motivazione, ne dimostri la non necessità, per essere gli elementi forniti dai consulenti privi di incertezze, scientificamente corretti e basati su argomentazioni logiche e convincenti.
Per altro verso, si è ritenuto che, poichè le norme contenute nell'art. 230 c.p.p. non esauriscono l'ambito di operatività consentito al consulente di parte, questi può legittimamente svolgere, al di fuori delle operazioni peritali, degli accertamenti e riferirne mediante memoria scritta al giudice, al quale spetta il compito di riconoscere o no all'attività svolta dal consulente valore probatorio.
    Sempre a proposito dell'ambito di operatività del consulente tecnico di parte, la giurisprudenza ha chiarito che la sua attività può esplicarsi sia nel momento del conferimento dell'incarico al perito (presentando al giudice richieste, osservazioni, riserve), sia nel corso delle operazioni peritali (proponendo al perito specifiche indagini e formulando osservazioni e riserve, delle quali deve darsi atto nella relazione); inoltre il comma 4 dell'art. 230 pone dei limiti temporali alle facoltà di intervento del consulente tecnico, proprio allo scopo di evitare che la sua attività possa ritardare lo svolgimento della perizia. Ne consegue che, qualora il consulente tecnico non abbia esplicato alcun intervento al momento del conferimento dell'incarico peritale o nel corso delle operazioni, non ricorre alcun obbligo da parte del giudice di esaminarlo dopo che si sia concluso l'esame del perito di ufficio nel corso di una perizia disposta con le forme previste dall'art. 508 c.p.p. . Tale tesi, peraltro, suscita qualche perplessità, poichè dalle norme processuali non sembra emergere che l'esame in dibattimento del consulente tecnico sia subordinato ad una sua precedente partecipazione alle operazioni peritali. Sembra dunque preferibile ritenere che l'esame del consulente tecnico sia sempre ammissibile dopo l'esame del perito, ben potendo il consulente, pur non contestando l'accertamento in fatto compiuto dal perito, censurare sotto il profilo scientifico le conclusioni cui questi è pervenuto.
    In ordine alla valutazione delle dichiarazioni rese dai consulenti tecnici, si è chiarito che esse hanno lo stesso valore probatorio, tanto se i predetti hanno svolto la loro attività nell'ambito della perizia disposta dal giudice, quanto nel caso di consulenza extraperitale.
    Una volta effettuato l'esame del perito ed acquisita l'eventuale relazione scritta, i risultati della perizia stessa verranno valutati dal giudice, e anche sulla loro base dovrà basarsi la decisione.
    A tal proposito, deve essere chiarito che il giudice non è vincolato alle conclusioni del perito, potendo disattenderle con adeguato iter argomentativo: suole dirsi quindi che il giudice è peritus peritorum.
    Qualora emergano tesi scientifiche contrastanti, il giudice può fare legittimamente propria, allorchè gli sia richiesto dalla natura della questione, l'una o l'altra tesi scientifica, purchè dia congrua ragione della scelta e dimostri di essersi soffermato sulla tesi o sulle tesi che ha ritenuto di non dover seguire.
    Si è anche precisato che in tale attività valutativa, il giudice ha in particolare l'onere di verificare la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati allorchè essi si presentino nuovi e sperimentali, e perciò non sottoposti al vaglio di una pluralità di casi ed al confronto critico tra gli esperti del settore, sì da non potersi considerare ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica.

ENRICO GALLUCCI
Magistrato




Dott. Antonio Ugolini
(Consulente tecnico balistico)


La perizia e la consulenza balistica:
quanto c'è di mera e soggettiva teoria e quanto c'è invece di oggettiva ed affidabile realtà nella prova balistica a carico od a discarico di un indiziato


    Debbo ringraziare il Comitato Organizzatore del Convegno per l'altissimo ed immeritato onore concessomi per avermi invitato a partecipare in veste di relatore del tema "La perizia balistica" e per avermi parimenti concesso la possibilità di proporre ed esporre - secondo la mia esperienza ormai quasi cinquantennale - lo stato reale nel quale oggi si trova la ricerca della prova "accusatoria" in campo balistico forense penale, che dovrebbe essere "al di sopra di ogni ragionevole dubbio" secondo il disposto dell'art.5 della DL 46/2006, e non più basato sulla "inquisitoria" prova dell'Accusa.
    Le problematiche che emergono in questo campo, sono molto gravi e talora preoccupanti, proprio perché nell'argomento specifico, chi opera in questo settore della balistica forense, quale ausiliario tecnico del Giudicante o dell'Accusatore (PM), si trova investito da gravissime responsabilità sulle decisioni che motiveranno poi gli elementi di accusa o di discolpa nella sentenza di un prima indagato e poi imputato di reati eseguiti con/od attraverso armi od esplosivi, reati che è vero possono essere minori - come la sola detenzione abusiva - ma anche reati estremi come omicidi e stragi…
    Apparrà non mera formalità etica, pratica, oggettiva e procedurale se ad un tale ausiliario di giustizia, gli siano richieste (come giustamente furono ricordate ed elencate nel retro del cartoncino d'invito al convegno "CONSULENTI E PERITI NEL PROCESSO IN ITALIA ED ALL'ESTERO" indetto dalla associazione giuridica "ISONOMIA" nel gennaio del 2009 a Roma) ".. competenza, professionalità, terzietà, indipendenza..". A queste personalmente non posso fare a meno di inserirci quelle che al tempo che iniziai questa attività mi impose come un battesimo, un giudice penale Mario Battaglini, che prima mi fu vicino fraternamente fin dalla mia prima infanzia e che amai come un padre per la sua rettitudine, semplicità, umanità, allegria: "...scienza, coscienza, e tanta, tanta prudenza ed umiltà.."
    La situazione in Italia non è delle migliori, in quanto mentre per i medici legali e per le altre professioni forensi gravate da responsabilità gravissime e delicatissime sul procacciamento di prove giudiziarie inerenti fatti di sangue - ove le condanne sono sempre le massime stabilite dal codice penale - esiste lo sbarramento degli ordini professionali che qualificano e garantiscono le effettive capacità del perito o del consulente dell'Accusa nella sua idoneità professionale, invece nel campo balistico forense non esiste di fatto nessuno sbarramento efficacemente valutativo della idoneità a compiere perizie per il Giudicante o consulenze per l'Accusa, se non meramente l'iscrizione all'albo presso i Tribunali, anche se la scelta ricada poi soventemente su persone amiche, consigliate od imposte, ma anche non iscritte negli albi locali od appartenenti ad organismi di PG che nel nuovo processo sono parte in causa: quello che poi stupisce (o peggio, addolora) è che poi non si riporti a verbale (come espressamente richiesto dalla procedura, anche per fini di limitazione di sperpero di denaro pubblico) il perché e la motivazione della scelta se fuori dagli iscritti negli albi del Tribunale ove opera il magistrato incaricante...
    Varrà la pena di ricordare - a chi potrebbe non saperlo - che oggi in Italia per essere iscritto all'albo dei periti presso il Tribunale di residenza, quale perito balistico, in pratica è sufficiente essere stato militare, collezionista d'armi, istruttore di tiro a segno, redattore di riviste d'armi, portaborse di un esperto qualificato, raccomandato, etc., etc… pianificando tutto allo stesso livello di chi ha un curriculum particolarmente valido con partecipazione a congressi internazionali, pubblicazioni scientifiche originali, attività sperimentale e strumentale, esperienza maturata dopo centinaia e forse migliaia di osservazioni casistiche, nelle quattro vesti (dell'Accusa, del Giudicante, della Difesa di un imputato e della Difesa della parte offesa dal reato per cui si procede), che gli hanno consentito di possedere così, maggior oggettiva capacità analitica e di critica, mirata alle diverse posizioni in antitesi, per scopi ed anche interessi, etc., etc...
    Mi astengo dal trattare del consulente tecnico privato, nominato dal difensore dell'indagato o dell'imputato, perché i suoi compiti sono solo quelli di lecitamente curare gli interessi tecnici delle Difese, e come tali non caricato dalle stesse inquinanti responsabilità integrali delegate al perito od al consulente del PM (anche perché non potrà negarsi che se proveniente dalla PG ha i suoi interessi istituzionali d'Accusa, nello svolgimento e nel risultato investigativo o l'inderogabile obbligo della subordinazione al superiore - se militare secondo il codice penale militare di pace - e dunque non "asettico" super partes, che ché si voglia dire…)
    Non esiste - né mai è esistito - in Italia un collegio od ordine - regolarmente riconosciuto e controllato dallo Stato - dei periti e dei consulenti balistici, né esiste in Italia una scuola propedeutica specifica per gli esperti balistici forensi, com'è per esempio quella affidabilissima e rigidissima presso la regia accademia militare belga a Bruxelles, ove insegnano i migliori tecnici universitari mondiali (vedi il Ceelen, tanto per nominarne uno..), rilasciando il titolo di ingegnere dell'armamento, con indirizzo balistico (balistico interno, esterno, intermedio, terminale, forense): non appare di uguale valore qualificante il titolo "privato" sbandierato e sfruttato da alcuni tecnici balistici italiani, conseguito presso la "the Forensic Science Society F.S.S. " e validato dalla libera università scozzese Strathclyde a Glasgow, perché solo a leggersi il programma e gli allegati agli atti impegnativi ("Application form STUDENT" e quelli "Application form MEMBERSHIP") da riempirsi per partecipare al corso o per divenire membro a pagamento della F.S.S. - già appare evidente che è "solo" un corso privato dove di balistica forense pratica ed applicativa se ne tratta ben poca, per dare invece spazio a scienze biomedico-chimico-forensi (tossicologia, ematologia, medicina legale, etc.).
    I nuovi corsi parauniversitari indetti recentemente in Italia, ad indirizzo investigativo-criminalistico, rilasciano attestati e titoli di criminalista-criminologo-investigatore, ma chi li ha frequentati, s'è dovuto poi lagnare della deficienza e della superficialità degli sparuti e sintetici insegnamenti di balistica forense, svolti di corsa ed in veste per lo più teorica ma pochissimo pratica, senza dare un minimo di addestramento e di affiatamento diretto alle varie tematiche strumentali al fine di preparare lo studente ad una "autonoma" e razionale attitudine ad una sua valutazione oggettiva e non meramente teorica.
    Talora addirittura il od i docente/i di balistica forense sono stati appartenenti ad organismi proceduralmente ed istituzionalmente vincolati all'Accusa, e pertanto non forniti delle ampie e "libere" vedute di chi si è per lunghi anni cimentato alternativamente per indagini commissionate dall'Accusa e dalle Difese, in modo da non aver assunto un monotono rigore "colpevolista" ma solo quello di "… corretto ed imprescindibile… principio giuridico di prassi consolidata.. in dubbio pro reo, il che sta a significare che in mancanza di prove incontrovertibili è meglio un colpevole fuori dalle carceri, che può essere comunque tenuto sotto sorveglianza, che un innocente dentro, a cui niente e nessuno potrà restituire la serenità perduta a causa di un'accusa ingiusta e di un altrettanto ingiusto stato di detenzione…" (come bene ricordato dal dottor Edoardo Mori, già per 25 anni giudice istruttore penale a Bolzano nell'articolo "I limiti dell'indagine criminalistica" sul suo sito Internet).
    Pur stando così le cose, l'unica formalità che viene richiesta - ma non sempre è pure richiesta! - per iscriversi agli albi del Tribunale è quella dell'ottenuta qualificazione dalle Camere di Commercio, nel settore meccanica, armi, etc., dietro versamento di quota annuale, e, non sempre - data la frequente mancanza o la inidoneità professionale di un collegio esaminatore specifico del campo - dopo aver superato un esame/colloquio su semplici cognizioni piuttosto da armiere/armaiolo o da fuochino d'esplosivi, che da balistico forense che dovrebbe invece dimostrare di essere anche abile a destreggiarsi in occasioni estreme ove occorre essere pure esperti di laboratorio in diversi rami scientifici e tecnici.
    Che poi ottenere l'iscrizione agli albi dei Tribunali talora sia solo una formalità apparente, la prova lampante la si ottiene solo sfogliando e ritrovando gli stessi nominativi presenti non in una sola categoria - come prescritto proceduralmente - ma in diverse categorie anche in campi incompatibili tra loro, permettendo così la sussistenza di inadeguati "fattutto" che ammorbano la credibilità peritale e gravano immeritatamente sull'erario, ma sanno accontentare alcuni magistrati dell'Accusa che facilmente si "innamorano" delle loro tesi...
    Oltre questa inadeguatezza, sempre sfogliando i nominativi tabellati che dovrebbero indicare solo ed unicamente "liberi professionisti a tempo pieno o professionisti statali a regime di partime" (ossia registrati anche all'Anagrafe Tributaria con una specifica Partita IVA), non è difficile individuare - dato che sfacciatamente talora riportano la reperibilità telefonica e la residenza del laboratorio statale o militare - personale operante in laboratori di PG, quando per espressa legge gli è vietato, non potendo essi esercitare libere professioni retribuite: d'altra parte tali soggetti con sistemi talora censurabili, ottengono l'iscrizione agli albi dei Tribunali per poter raggirare l'art. 2231 comma 1° del codice civile che recita: "quando l'esercizio di una attività professionale è condizionato all'iscrizione in un albo od elenco, la prestazione eseguita da chi non è iscritto non gli dà azione per il pagamento della retribuzione ex art. 2034..". No comment!
    L'iscrizione agli albi "sarebbe" potuta essere invece un valido mezzo per selezionare i due gruppi di periti balistici, e cioè: -a) quelli ai quali è richiesta la prestazione di armiere od armaiolo, per rispondere ai quesiti semplici tali se l'arma è funzionante, se è da guerra, il perché s'è inceppata, se le cartucce sequestrate possono essere usate nell'arma sequestrata, se si può recuperare la matricola abrasa, se è stata alterata, etc.etc.;
-b) quelli ai quali è richiesta una prestazione complessa investente varie competenze scientifiche e tecniche, per poter rispondere ai quesiti complessi, tali l'identificazione comparativa strumentale tra impronte su bossoli e proiettili per v erificare e valutare se provengono da una arma sequestrata, la ricostruzione dinamica e statica di un evento delittuoso a seguito di impiego di armi od esplosivi, la ricerca di residui di sparo o di esplosivi ai fini di stabilirne la loro natura, le modalità dell'evento se legate ai sospettati, alle estrapolazioni balistico terminali sugli effetti per verificare compatibilità di mezzi, di luoghi, di tempi, di distanze, etc., etc.
    Non conosco ancora la bozza della nuova legge sui periti che si sta elaborando presso il Ministero della Giustizia, ma posso menzionare invece il disegno di legge n.938, XVI Legislatura, 23 luglio 2008, d'iniziativa del senatore GRAMAZIO, che parrebbe voler istituire una moralizzazione ed una regolazione delle norme relative ai consulenti tecnici ed ai periti iscritti agli albi presso i tribunali, introducendo per tutte quelle categorie non rappresentate e coordinate da ordini professionali, né da collegi specifici come è appunto lo stato dei periti balistici, le associazioni degli iscritti agli albi del Tribunale. Come si legge in calce nel Disegno di Legge in questione, l'istituzione delle associazioni degli iscritti agli albi del Tribunale avrebbe anche lo scopo innovativo e calmierante ex art.69bis,3,a.b.c. di "..organizzazione e realizzazione dei corsi di base sulle consulenze e perizie giudiziarie, con lo scopo di fornire un quadro sufficientemente completo delle regole procedurali, nonché la conoscenza delle norme dei codici rilevanti per il consulente o il perito; organizzazione e realizzazione del tirocinio, che consiste nell'affiancare al tirocinante un esperto con funzione di tutore; organizzazione e gestione di seminari di approfondimento od aggiornamento su questioni specifiche sempre nell'ambito degli aspetti rilevanti, per il consulente o perito delle procedure giudiziarie...".
    A questo punto però a mio modesto avviso - vada o non vada in porto la legge proposta dal senatore Gramazio - andrebbe costituito per il settore periti e consulenti balistici, pure un comitato tecnico centralizzato, composto da professori universitari, da rappresentanti dei periti e dei consulenti tecnici di notoria competenza ed affidabilità professionale, da avvocati difensori, da magistrati, da dirigenti qualificati dei laboratori di PG, con lo specifico e preventivo compito di studiare, analizzare, controllare, stabilire in termini di utilizzabilità - al di sopra di dubbi o di riserve per incertezze - i parametri sui quali restringere il range della valutazione della positività o della negatività di un accertamento strumentale e fissare i parametri "yes or not", ossia "è oppure non è" senza passare improceduralmente come talora accade nelle aule, nell'ambiguo "it is probable" ossia "è probabile", che in italiano volgare, corrisponde a dire "potrebbe o non potrebbe essere"…ma condiziona suggestivamente, specie in Corte d'Assise, i giudici non togati che talora sono privi di cognizioni procedurali.

 
PROBLEMATICHE DELLA VALUTAZIONE DELLE IMPRONTE BALISTICHE

    Sempre riguardo ad una matrice di impronte geometriche (come anche quelle che si possono analizzare perché presenti sui reperti balistici), già rientranti nei sistemi valutativi "a barre" tali quelle digitali, si è concordato anche nella Suprema Corte, che si può solo ed unicamente validare una diagnosi di positività identificativa se tra impronta test ed impronta campionata sussistono almeno 15 punti completi di coincidenza perfetta e completa.
     Occorre riferire, che oggi l'identità individuale balistica delle impronte è legata esclusivamente alla soggettività valutativa dell'operatore, che può stabilire se si tratta di prova positiva o negativa secondo la sua esperienza, il suo stato d'animo, la sua coscienza, il suo precostituito e personale convincimento, il timore d'essere redarguito dal suo superiore diretto, il timore di fare brutta figura verso i media o di non essere più chiamato dal magistrato, etc. e le cronache quotidiane anche recenti lo dimostrano clamorosamente...
    La delicatezza dell'indagine balistica, mirata alla valutazione identificativa individuale microcomparativa di impronte sui bossoli e sui proiettili, risiede su capisaldi scientifici sia di indole fisica che probabilistica, in quanto la produzione di impronte striate o per stampo, è legata a fattori sia dovuti alle superfici improntanti, ma anche al particolare stato casuale - dinamico o statico - nel tempuscolo del contatto violento tra la superficie improntante e quella da improntare. Riportando la casualità dell'improntamento balistico nel campo della relatività delle misure - scienza che governa tutti i fenomeni naturali ed artificiali, e fors'anche quelli …artificiosi - appare evidente che per avere la certezza della positività richiesta per una prova giudiziaria valida, non è possibile forzare le leggi sovrane del caso, trasformando probabilità con certezza della prova, o quanto meno ricondotta all'essere "al di sopra di ogni ragionevole dubbio", dopo aver fissato il range del parametro "dubbio" o la "ragionevole certezza" in modo neutrale, non a favore né dell'Accusa né della Difesa. D'altra parte è ormai notorio a tutti che le impronte individuali balistiche sui bossoli o sui proiettili esplosi, siano di natura ed entità per lo più microscopiche (contrariamente a quelle generiche di "classe" che sono di entità macroscopica) e risultano essere la copia negativa o meglio complementare, di imperfezioni singolari ed individuali (stabilizzate e non volatili o casuali) dell'anima rigata della canna o degli organi del vivo dell'otturatore, presenti sulle superfici di contatto con bossoli e con proiettili durante le varie fasi dello sparo (deflagrazione della polvere da lancio e detonazione della miscela innescante) e della cinematica di ripetizione (accelerazione, forzamento, e lancio del proiettile; incameramento, percussione, estrazione ed espulsione del bossolo).
    Riferendoci ai proiettili, non è possibile - per ottenere una prova giudiziaria affidabile - limitare il controllo strumentale e la registrazione solo a limitate a parziali strie isolate, che nel complesso totale di tutto il campo improntato a 360° e per l'altezza del corpo cilindrico di forzamento improntato, rappresentano in percentuale solo una infinitesima parte. Per questo la prova giudiziaria balistica microcomparativa, dovrà essere anche quantitativamente e qualitativamente valida, non in gradi di probabilità, ma di certezza, e ciò è possibile ottenerlo solo se il campo delle coincidenze delle strie supera almeno una superficie del corpo di forzamento utilizzabile prossima ad almeno il 51% contro il 49% di quello delle non coincidenze, ciò per escludere - qualora ci si trovasse su un valore di coincidenze di strie inferiori al 51% - di non poter dare diagnosi di positività individuale per provenienza da quella canna in quanto allo stato risulta impossibile - se ci si trova con un solo proiettile a reperto, ossia in assenza di altri reperti - valutare se effettivamente il maggior campo interessato dalle non coincidenze di strie lo sia perché i due proiettili furono improntati da due anime rigate diverse.
    D'altra parte difficilmente i proiettili di pistola che hanno attinto mortalmente un uomo, conservano integra la loro superficie improntata dall'anima della canna, e questo crea ancor più limitazioni diagnostiche quantitative oltre quelle già insite nella fenomenologia improntativa di strie di copia dinamica di effettive imperfezioni della superficie dell'anima rigata della canna contro invece la copia di impurità solide (frammenti di proiettile, residui di sparo, etc.) casualmente interposti tra proiettile ed anima di canna.
    La differenziazione tra impronte vere (che si ripetono costantemente per morfologia, posizione e numero su vari tests) ed impronte casuali (che svaniscono od appaiono casualmente colpo a colpo su vari tests), appare chiara ed incontestabile così che la idoneità e la validità identificativa, si possono solo ottenere avendo la possibilità di confrontare non un unico proiettile reperto con i tests esplosi con le pistole sospettate, ma più proiettili a reperto: sta all'operatore valutare quali siano le strie vere e quelle casuali, e formulare la diagnosi di positività non introducendo comparazioni microscopiche "spurie", comportando errori soggettivi, che è auspicabile, di natura meramente involontaria, in alcuni processi sotto i riflettori dei media...
    Vale la pena notiziare e riportare, riguardo l'incertezza di base sulla effettiva positività comparativa di impronte individuali, quanto il famoso prof. Alfred Biasotti riuscì a definire sperimentalmente con prove ineccepibili, cinquant'anni fa e riportandone - dopo la presentazione con gran clamore in certi ambienti giudiziari, dei risultati in un congresso scientifico internazionale - i punti interessanti su due numeri successivi, di annate differenti (vol.4, n1 -1957 e vol.6, n1 -1059) della prestigiosa rivista "The Journal of Forensic Science".
    Dai testi dei due lavori in questione, si può venire a conoscenza che dalle prove rigorosamente effettuate dal Biasotti con 16 pistole (Smith & Wesson rigatura destrorsa e Colt's rigatura sinistrorsa) tutte in cal.38 special in stato differente d'uso e 8 pistole calibro 38 special (stesse marche di cui sopra) in stato di perfetto nuovo ed inusato, si ottennero, sparando cartucce di più marche ed in diverso stato di conservazione (tradotto in italiano):
-a) "la corrispondenza e coincidenza (= identità individuale) media percentuale delle microimpronte sui proiettili esplosi sperimentalmente da una stessa canna, è variabile dal 36% al 38% per i proiettili in piombo nudo e dal 21% al 24% in quelli mantellati...";
-b) "...per i proiettili sparati in armi diverse, ma di identico modello e marca, la percentuale di corrispondenze di strie è frequentemente del 15% al 20%...".
    Sulla base di cui sopra è possibile esprimersi con la constatazione che proiettili provenienti da due canne diverse danno solo una probabilità del 15% al 20% di presentare coincidenza di microimpronte così da non essere differenziabili individualmente come diversa origine una fascia tra l'80% e l'85%...
    Va fatto rilevare che le prove del Biasotti sono riferite ad armi del tempo delle prove (1954 e 1956) o di fabbricazione precedente, fatto questo che permette introdurre la specificità del tipo e della modalità di fabbricazione semi-industriale d'allora nell'intaglio e nella rettifica dei pieni e dei cavi di rigatura, con la possibilità di imperfezioni dovute a truciolo, salto di utensile (unghia o broccia), difetti di lappatura e rettifica, etc., che in effetti costituiscono poi la matrice improntante individuale sul proiettile.
    I dati del Biasotti, se fossero riportati con le stesse garanzie d'allora alle anime di canne modernamente lavorate con i sistemi di precisione computer assistiti, a stampo e non ad asportazione di truciolo, sarebbero falsi, in quanto le superfici delle anime rigate oggi sono finite e lappate in modo tale da essere speculari e provenendo un lotto di fabbricazione da uno stesso stampo, in un certo verso potrebbero essere considerate - se non è intervenuta successiva alterazione dallo stato originario - provenienti da un processo clonativo…
    Apparranno dunque affidabili e incontrovertibili le "Daubert's challenges" (="obiezioni") mosse verso i risultati peritali dei consulenti della Polizia o dell'Accusa (negli Stati Uniti, il consulente od il perito dell'Accusa è il "Technical Testimony" ossia il "Testimonio Tecnico"..) e che hanno permesso l'annullamento e la non validità delle prove balistiche prodotte a carico dall'Accusa, in molti processi omicidiari. La stessa ENFSI, che è l'associazione internazionale nella quale convengono tutti i direttori dei laboratori di Polizie Scientifiche del Mondo, ha accusato il colpo tanto da commissionare all'International Works Group ed ad organi universitari e governativi, ricerche di sistemi validativi alternativi e non suscettibili delle critiche attribuite ai sistemi tradizionali.
    In Italia, il problema non s'è posto, anche perché ha trovato il muro di gomma forse legato alla mentalità di alcuni che sono rimasti all'era del "comodo" processo inquisitorio, o forse perché paventano le innovazioni e le intrusioni alle loro tesi , purtroppo talora legate al preconcetto ed all'innamoramento incondizionato ed irrazionale. M'è rimasto come un marchio nella fronte, quando un togato ebbe ad esprimersi (coram populo), a me che mettevo giustamente e documentalmente in crisi l'identificazione individuale di proiettili con i tests esplosi con il revolver dell'imputato, compiuta da un perito (guardacaso, oggi sotto processo in altro luogo, per aver, sembra, manipolato a favore dell'Accusa, un reperto essenziale di un processo da prima pagina..), perché adducevo a dimostrazione della inidentità individuale vistose prove fotografiche delle comparazioni negative tra tests e reperti nel caso che si discuteva in Corte d'Assise ed inoltre esibivo e discutevo il lavoro del Biasotti e quello che era avvenuto negli Stati Uniti d'America nelle Corti Federali o delle Contee a seguito delle "Daubert's challenges": "ma qui siamo in Italia, con la procedura penale italiana, mica quella statunitense..non se ne può tener conto…". E l'unica prova a carico era quella balistica….No comment!

PROBLEMATICHE DELLA VALUTAZIONE DEI RESIDUI DA SPARO

    Un discorso identico sulla moralizzazione e sulla modernizzazione, in termini di procacciamento di prova a carico o discarico in regime accusatorio, è quello che riguarda la valutazione dei residui di sparo come prova a carico o discarico, nota dolentissima, anche perché allo stato, è impossibile senza introdurre nuovi sistemi di prelievo ed analitici, escludere che sia avvenuto transfert innocente e non volontario da sparo diretto, o che la valutazione analitica sia parziale, ossia di valore meramente relativo ed affatto certo.
    Potrebbe delegarsi alla Commissione Centrale tecnica, proposta nei termini di cui sopra, di studiare e proporre nuove, complete e più affidabili tematiche di prelievo e di analisi, essendo scontato che lo sparo di una cartuccia emetta non solamente residui della capsula ma contestualmente anche residui organici della deflagrazione della carica di polvere propellente, e che per avere certezza probatoria che non si tratti di incidenza positiva dovuta a mero inquinamento innocente per transfert innocente di GSR (Guns Shot Residue), occorrerà sottoporre il prelievo ad una duplice analisi selettiva per individuare la presenza delle tracce sia dei residui della detonazione della capsula sia i residui della deflagrazione della carica di lancio, nella stessa campionatura.
    Né potrà sottacersi che contrariamente all'evidenza ritenuta reale ed oggi sostenuta dalle Corti, del fatto chimico-tecnico della supposta "ripetibilità" analitica del prelievo sullo stub munito del dischetto adesivo, se conduttivizzato con il riporto di un film di deposito di carbonio sublimato per scarica elettrica in alto vuoto (sputter), nella effettiva realtà invece, si distrugge irreversibilmente sia ogni presenza di materiale organico, sia esso residui di polvere da sparo della carica di lancio (utilizzabile in tandem invece per scongiurare l'evenienza dell'inquinamento innocente), sia ogni traccia del DNA, che rimane l'unica prova certa di riferimento della campionatura ad un dato soggetto, tutte le volte che si può paventare uno scambio di prelievi.
    In parole povere, la Suprema Corte - certamente composta da non tecnici della materia specifica - è andata appresso solo alle necessità inquisitorie della Accusa o della PG - non tenendo in alcun conto che stabilendo atto ripetibile e non alterativo (ex art. 359 cpp) la conduttivazione per deposito di carbonio sublimato nello sputter usato nei laboratori di PG (invece rientrante nell'art.360 cpp), ha precluso alla difesa ed ad un successivo giudicante in sede di riesame della sentenza, di avere una riprova peritale da parte di un tecnico che ritenga più affidabile della prova giudiziaria SEM-EDX, usata ed abusata oggi per i soli residui inorganici della miscela innescante della capsula, una analisi associativa, per esempio con una congiunta analitica dei residui organici della deflagrazione della carica propellente, o con altri sistemi che il progresso tecnico e scientifico attualmente fornisce o potrebbe fornire. Ci ritroviamo negli stessi barbarici assunti mascherati sotto un tecnicismo di parte, e soprattutto ad una cristallizzazione partitica dei sistemi laboratoristici della PG e dei suoi ausiliari - perché ritenuti infallibili e pertanto mai allo stato superabili - come avvenne già col fallimento catastrofico per l'utilizzo del guanto di paraffina col reattivo diazocolorimetrico (prova dermatica del Gonzales), dei sistemi non selettivi radiochimici, etc., che hanno visto condanne alla pena capitale anche innocenti, accusati solo su prove tecniche assoggettate poi a scomunica successiva scientifica per accertata inaffidabilità probatoria.
    Inaccettabile umanamente e giuridicamente è rimasto però il "peloso" silenzio tombale, senza riabilitazione, dei condannati a morte od all'ergastolo ritenuti rei solo ed unicamente su prove di rilevazione dei residui di sparo, ritenute poi inaffidabili…. Quanti innocenti sono caduti sotto il boia? Quante famiglie sono state distrutte ingiustamente? Non si dovrebbe andare più cauti nella validazione di un sistema o di una metodica analitica nel ritenerla "infallibile" procacciatrice di rei come un "bounty killer" senza se o ma?
    Secondo quanto riportato nel sito internet del dottor Edoardo Mori, nel libro (2008) dal titolo "Der Täter auf dem Spur" (il colpevole attraverso le tracce) del criminologo John D. Wright , addirittura non si parla più della prova, ottenuta con i mezzi odierni della PG, dei residui di sparo: perché? l'Autore è sfiduciato e non crede alla affidabilità ed alla validità odierna di questa prova, oppure aspetta nuovi sistemi? Sta di fatto che è l'unico argomento taciuto…
    Non potrò trascurare di rammentare che la difesa di un indagato o di un imputato ha comunque la facoltà (ed io direi "obbligo") di verificare se le prove tecniche addotte dall'Accusa come "schiaccianti" siano o meno effettivamente valide, oppure pecchino di errori e di mera illazione di parte.

UNA ANNOTAZIONE GENERICA SULLE PROVE TECNICHE PERITALI GIUDIZIARIE

    Non solo negli Stati Uniti s'è prodotta la "sindrome CSI" (studiata e riportata su molti lavori originali in prestigiose riviste specialistiche di psicologia e psichiatria) a seguito delle trasmissioni delle finctions televisive CSI, etc. , ove si sbandiera l'infallibilità dei laboratori delle Polizie Scientifiche, che utilizzano mezzi, uomini e strumentazione al limite della fantascienza e che come tali non possono sbagliare i risultati per incastrare scientificamente un criminale partendo dalle volatili tracce si è lasciate dietro...
    Dagli articoli riguardanti la "CSI Syndrom" si evince che ormai giudici e difensori richiedano la prova scientifica con i sistemi che hanno visto usare in televisione: addirittura un accusato di un grave reato, essendo un plurimiliardario, ha creato un suo laboratorio di nanoanalisi per confutare le prove a suo carico…
    Mi sembra di rivedere il film tragico-comico tratto dalla commedia di Jean Romains "Knock o il trionfo della medicina", dove in un paesino tutti godevano di una salute invidiabile tanto da mandare in miseria il medico condotto perché senza clienti: l'arrivo del dottor Knock che impose per plagio collettivo "la coscienza sanitaria" della malattia suggestionò quasi tutti gli abitanti di invece essere portatori di gravi patologie, dopo averli sottoposti a visite con strumentazioni e mezzi fantasiosi…e lui a farsi ricco.
    Lo stesso medico condotto, seppur sanissimo ma ridotto al lastrico dal nuovo arrivato, si credette pure lui ammalato grave…e corse a mettersi in cura dal dottor Knock…
    A proposito di laboratori avveniristici e di prove tecniche - mi sembra però inopportuno, quanto il comandante del RIS di Parma (che comunque personalmente reputo valente scienzato), nel presentare presso la Feltrinelli di Milano, il suo primo volume "Delitti Imperfetti" (seguito poi da un altro e da una serie di finctions in televisione) ebbe a dichiarare alla giornalista dell'ANSA Laura Grimaldi (vedi strisciata agenzia ANSA 21/06/04): "... è un falso problema che la difesa abbia bisogno di consulenti di parte…" ed anche "...un Pinco Pallo qualsiasi può ribaltare mediaticamente i risultati..." (N.R.:dimentica il diritto procedurale del controllo da parte della difesa ad ogni operato di PG!) ed anche: ".. quello dei periti è un sistema drogato, dove non è affatto detto che il perito del Giudice sia più preparato del consulente di parte…" No comment!
    In tempi successivi, a Parma, organizzato sempre dal RIS di Parma e dalla facoltà di Farmacia dell'Università Statale, venne indetto un convegno (che sul quotidiano la Repubblica di Parma, viene titolato dal redattore Mario Robusti: "I processi non funzionano? Colpa del perito di parte") sulle prove di laboratorio e sullo stato di preparazione ed affidabilità dei periti.
    L'intervento dell'avv. Eraldo Stefani di Firenze (controbattendo le tesi, esponeva un suo caso omicidiario ove il cliente prima condannato all'ergastolo su prove tecniche errate, fu in seconda istanza prosciolto perché attraverso consulenze si smontò completamente ogni prova accusatoria) forse ha toccato la vera e profonda problematica delle troppo "scientifiche" indagini ritenute infallibili, se compiute inadeguatamente.
    "Con questo esempio - afferma Stefani - potete capire che la prova scientifica senza la prova investigativa non va da nessuna parte. In questa epoca di innovazioni tecnologiche i professionisti hanno dimenticato la cultura dell'investigazione e delle scienze forensi. Anche i dati oggettivi possono essere interpretati in modo sbagliato..."
    Le parole dell'avvocato Stefani però toccano una vexata questio: il processo penale accusatorio, su prove tecniche è un processo solo per ricchi che possono permettersi il lusso di ingaggiare investigatori e consulenti tecnici di valore che sanno imporsi ai tecnici dell'Accusa…
    Ma toccano pure un altro punto essenziale delle investigazioni troppo avveniristiche servendosi di laboratori super attrezzati: quello dell'assenza della "libera" capacità valutativa dell'operatore nel saper talora interpretare nel modo giusto, reale ed imparziale, i risultati analitici bruti.
    Lo strumento, la macchina, il computer, per quanto sofisticati mezzi avveniristici, danno solo risposte a seconda di come si impostano le domande od i processi che gli chiede l'operatore….non l'incontrario…
ANTONIO UGOLINI
consulente tecnico balistico


    
FEDERICO SACCANI
Consulente tecnico in Sheffield antico
 
Apro la discussione su quello che concerne le ricadute economiche che l'attività peritale comporta… e non intendo le parcelle che i CTU lamentano di non percepire o ritengono irrisorie dopo la loro attività.
    Parlo di quanto ruota, in termini economici, intorno ad una perizia, ai ritardi della giustizia dovuti ad errori dei consulenti tecnici, come evidenziato nei 14 metri di striscione esposto in sala, parlo di quante cause si potrebbero evitare se esistessero "associazioni riconosciute e certificanti" alle quali rivolgersi anche prima di andare in aula con la controparte.
    La verità è che in questo momento viviamo uno stato di anarchia, l'attività peritale non è riconosciuta come tale, ma vengono riconosciute singole esperienze in singoli settori lavorativi, nella realtà dei fatti, però, i quesiti richiesti ad un esperto sono tali e tanti che un singolo individuo, anche se molto preparato, non è in grado di risolverli.
    Una "associazione riconosciuta e certificante" sarebbe utile, già in via preliminare nei confronti degli utenti e degli stessi magistrati nell'indicare, chi nel settore di pertinenza, è maggiormente in grado di rispondere correttamente alle domande poste. Ad esempio nel mio settore (preziosi e antiquariato) possiamo individuare se è necessario un gemmologo, un esperto in lavorazioni artigianali ceselli ecc, o un esperto in ambito di disciplina dei marchi e dei titoli per la verifica dei punzoni e la correttezza degli stessi, controlli metrici ecc. non genericamente un esperto in preziosi.
    E quando il soggetto adatto viene individuato, attraverso la sua associazione, può essere aiutato ed adeguatamente preparato per lavorare in diversi ambiti: nel tribunale con una corretta preparazione procedurale, in controversie tra privati, all'estero in ambito Europeo, nelle dogane ecc.
    Attività queste, molto diverse l'una dall'altra e che non sono semplicemente: fare una perizia.
    I periti del Tribunale di Roma sono 18.000, ma quanti di questi sono realmente preparati?
    Molti di questi necessiterebbero di appositi corsi e formazione, proprio come esistono i crediti formativi per gli avvocati presenti in questa sala, ai quali non è nemmeno sufficiente la laurea per operare in tribunale, ma prima dell'abilitazione devono anche fare il tirocinio ed affiancare colleghi più esperti.
    Abbiamo qui dei magistrati, quanti di voi affidano gli incarichi quasi sempre agli stessi consulenti?
    Se lo fate è evidentemente perché non vi fidate della preparazione della massa di esperti che ruotano attorno alle aule dei tribunali per i motivi già esposti.
    Quanto costa questo stato di "anarchia consulenziale?" (consentitemi il conio di un nuovo termine)
    Il Presidente Cappiello ha ricordato il caso Ustica, quanto è costato anche in termini economici quel processo che non ha portato a condanne anche a causa dei consulenti? Per trovare i soldi per recuperare il relitto è stata necessaria una finanziaria, non dimentichiamo che la compagnia Itavia è fallita con la perdita anche di tutti i posti di lavoro ecc.
    I costi economici connessi alla durata delle procedure giurisdizionali sono rilevanti.
    Esistono degli oneri diretti derivanti dai ricorsi individuali contro lo Stato Italiano avanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, per violazione dei termini di ragionevole durata del processo.
    Sarebbe opportuno verificare, i motivi dei ritardi e quanti possono essere ascritti in parte ai consulenti tecnici.
    Poi esistono gli effetti macro economici: in uno Stato come il nostro dove la lentezza del recupero giudiziale del credito è esasperante, le imprese hanno difficoltà di accesso ai finanziamenti, questo succede anche ai privati; la dove è difficile recuperare velocemente, si devono richiedere maggiori garanzie o peggio non si deve dare credito.
    Un mutuo in Gran Bretagna viene finanziato anche al 100% del valore dell'immobile, in Italia è difficile ottenere tra il 70/ 80%.
    In questo ambito, il compito del tecnico nelle valutazioni è sostanziale, avere un controllo dei tecnici e della loro preparazione ed aggiornamento continuo sarebbe essenziale.
    Poi ci sono i fallimenti che meriterebbero un capitolo a parte per tutto quello che ruota intorno ad essi.
    Secondo uno studio di Confartigianato sui dati del 2006, gli imprenditori italiani devono attendere in media 1.765 giorni (quasi 5 anni) per avere giustizia durante una causa civile.
    Un fallimento dura circa 3140 giorni (quasi 9 anni).
    I costi per le imprese sono 2.331 milioni di euro ogni anno solo per il recupero crediti ed i fallimenti.
    Utilizzare di più i consulenti, anche al fuori dalle aule di giustizia, aiuterebbe il sistema a funzionare meglio e più velocemente, con vantaggi per tutti.
    Pensare ora, ad una rotazione dei 18.000 consulenti solo a Roma è impensabile fino a quando non ci sarà qualcuno che realmente verifichi le loro capacità reali, inserire i giovani nei ruoli senza affiancarli a consulenti anziani è nei fatti una follia.
    Suggerire i sistemi per risolvere i problemi spetta agli operatori (giudici, avvocati, consulenti), la regolamentazione spetta al legislatore e ai politici ai quali chiediamo di mettere mano il prima possibile alla materia.
    In particolare chiedo ai politici presenti in questa aula e a coloro che gentilmente hanno inviato cordiali messaggi, di prendere a cuore la questione e di cominciare a vagliare i suggerimenti usciti da questi dibattiti per legiferare quanto prima sulla materia.
    La disponibilità dimostrata in particolare dal Sen. Stefano Pedica anche a nome del suo partito e dall'ON Francesco Saponaro mi conforta, l'interesse del Presidente della repubblica Napoletano e del Presidente della Camera Fini manifestato attraverso le loro missive è importante, speriamo che alle promesse seguano i fatti.
    Concludo ringraziando tutti coloro che si sono impegnati per la preparazione di questo prezioso convegno ed in particolare chiedo un caloroso applauso per il nostro segretario Arch. Alessio Russo, senza del quale non avremmo mai potuto fare questo importante evento.
Grazie

FEDERICO SACCANI
Consulente tecnico in Sheffield antico




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